Shelter.

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Sleep well Beast.

Lo sguardo fisso di chi sa che quelle lacrime non sono altro che il riflesso di una debolezza immotivata.

Le urla più forti delle parole di conforto che ti piegano alla loro volontà, senza possibilità di riscatto.

Più forte di un senso di colpa, più forte di una reale disperazione è il magone che ti prende quando ti senti uno schifo senza motivo, facendoti sentire ancora peggio.

Biglietti del treno e aspirina.

La vita é quello che é, e lo sappiamo tutti.

Oggi la mia vita sembrava limitarsi a quelle quattro nozioni da imparare che non ti entrano in testa nemmeno se ce le premi dentro, a quel bicchiere vuoto sul tavolo con i residui dell’aspirina attaccati alle pareti, a quei pennarelli comprati per chissà quale velleità artistica.

Al pile rosso, quello che metto quando studio.

Ai fallimenti che mi cadono addosso come pioggia estiva. Fredda.

La penombra della scrivania mi opprime, come mi opprime la mia esistenza, nonostante tutto non riesco a non smettere di pensare a quanto io “non sia”. Non sono particolarmente intelligente, non sono particolarmente sveglia, non sono piena di talento, non sono molto bella e affascinante, non sono sempre opportuna, non sono piena di salute, non sono. Non sono tante cose.

La porta alla mia destra non fa che ricordarmi che quando ho paura non faccio altro che chiudere quella porta, per nascondermi ancora. Ché in fondo, chi viene a cercarmi qua dentro?

Non c’è un libro che sia al suo posto, non c’è una sedia sgombra per sedersi, il letto é più affollato di una soffitta piena di cimeli di famiglia, e io, beh io sono qua in pigiama, curva su dei libri che in fondo non capisco. Più occhiaie che ragazza, più dolori che corpo.

L’eccellenza non é altro che una qualità fondamentale, e io non sono altro che un’eccellenza nel campo di chi non eccelle, ma evidentemente non é abbastanza.

E la mia serena accettazione del mio essere mi mette ansia, ma non posso che accettare il fatto che in fondo non posso fare altro che accettarmi. Perché non posso fare altro. 

Sono un bellissimo progetto fallito in partenza, e credo di essere anche fin troppo benevola nel descrivermi come tale, ma non voglio certo piangermi addosso.

Vero?
L’unica mia consolazione sono quei biglietti del treno sulla scrivania che mi ricordano una felicità che in fondo sento di non meritare.

Teeth.

Il caso vuole che mi trovi ad ascoltarmi della drum and bass su YouTube, niente di strano, è un genere nuovo per me, approfondito allo Sziget grazie anche ad un ragazzo che mi ha trascinata nel suo entusiasmo e che forse si è preso un piccolo pezzo di me. Scopro l’esistenza di una radio su YouTube, sono così tecnologicamente indietro, mamma mia. Inizio a cliccare a caso sui suggerimenti, uno dopo l’altro, finché non mi ritrovo su un video: “s u i c i d e”.

C’è una canzone in sottofondo, mi incuriosisce, c’è il titolo nella descrizione, la cerco, per vedere se trovo altro, trascrivo artista e titolo senza pensare.

Poi, XXXTentacion. Che nome orrendo, ma l’ho già sentito. Chi mai potrebbe avermelo nominato. Gelo.

Si, lui. Proprio lui. Perché adesso? Perché ora?

Una tristezza infinita mi ha avvolto, sarà stata la canzone, sarò stata io che forse non sono così felice, sarà stato il suo ricordo. O forse che ormai è davvero solo un ricordo. Solo una serie di immagini nella mente, senza emozioni dietro. Svanito, tutto.

È terribilmente triste questa canzone e io sono così … così… 

Non so. 

È solo strano probabilmente, devo solo abituarmi a questa nuova serenità.

Vodka gelata.

 Il freddo del pavimento scorre dai miei piedi nudi su per il corpo, fino ad arrivare alle spalle, che si scuotono facendo chiudere gli occhi, per un istante.
Guardo a terra, sono scalza, le mie gambe sembrano improvvisamente più lunghe di quanto ricordassi, c’è molto fra me e il pavimento. La maglia slargata che indosso mi copre fino a sopra la metà delle cosce. Stamattina galleggio, cammino come se non volessi svegliare nessuno, ma sono sola.

A volte sento il bisogno di trovare un collegamento fra me stessa e ciò che vedo nello specchio, mi fisso, attraverso quel vetro. Sono io. Sono io quella ragazza là dentro.

Cerco di sfiorare con le dita particolari del volto che mi ero scordata di avere, mi sembra che attorno a me sia pieno di nebbia.

Se chiudo gli occhi riesco quasi a percepirmi, come se solamente con la punta delle dita potessi davvero capire le espressioni che caratterizzano il mio volto. Ho i capelli pieni di nodi, come quando vado in spiaggia al mattino e mi si riempiono di salsedine.

C’è così tanto silenzio in questa stanza che mi sento in colpa a muovermi, potrei spostare l’aria, potrei turbare questo equilibrio così poco permanente, così fragile. Sto ferma, in piedi in mezzo alla stanza.

Cammino lentamente verso il letto, mi stendo. Il contatto fra le gambe nude e le lenzuola mi è ormai così familiare che mi riporta a mente talmente tanti pensieri che finisco per non riuscire a distinguere. Non così tante ore fa fissavo il soffitto, frustrata da qualcosa che non riuscivo a comprendere, che non era come mi aspettavo. Non così tante ore fa avrei pagato per poter gridare, gridare più forte di quanto possa immaginare, gridare fino a stare male. Adesso fisso la mia immagine riflessa nel vetro nero dell’armadio e cerco di stare più immobile possibile per non creare nessun suono.

Non credo che riuscirò mai a capirmi davvero.

Nel dubbio mi alzo, accendo lo stereo, alzo il volume così che il silenzio si squarci davanti ai miei occhi.

È un’immagine incredibile, mi sembra quasi di vedere le onde sonore che si diffondono nello spazio, che squarciano ciò che ho attorno. In fondo amo vedere tutto ciò che viene distrutto, disintegrato, tutto ciò che si denatura, che perde la sua essenza per acquistarne una nuova. Credo sia per questo che non guardo mai me stessa riflessa se non quando sento di starmi disintegrando. Mi dà così tanto piacere vedermi in fase di distruzione che non posso evitare di cercare qualcosa in cui riflettermi quando accade.

Apro lo zaino, tiro fuori quella busta, quelle parole buttate via, anche questa volta.

Apro la scatola dei miei fallimenti, anche questa volta ciò che provo verrà chiuso là dentro.

Il rumore metallico della scatola che si chiude mi fa tremare, ma non ci voglio pensare, accendo la quinta sigaretta stamattina. Chiudo gli occhi.

Non sono io.

Qualcuno verrà a chiamarmi prima o poi.

Non so cosa mi prende, ho la nausea, continuano a scendermi le lacrime.

Sento che sta succedendo qualcosa, qualcosa che so che non reggeró, sto male all’idea di qualcosa che nemmeno so se esiste.

Oggi é stata una giornata all’insegna del “se fosse andata così…”.

Troppi rimpianti, bisogno di esprimermi, bisogno di tirar fuori quello che mi sta attanagliando lo stomaco. 

Ma adesso non riesco, voglio solo chiudere gli occhi e aspettare. Qualcuno verrà a chiamarmi prima o poi.